Capitolo 6E' esausta.
Confessare tutto a Jan è stato rilassante, ma anche un'esperienza tremenda.
Naturalmente è emozionalmente esausta. E anche fisicamente.
Le bruciano i muscoli, la testa le pulsa, le ossa fanno male e gli occhi sono pesanti e gonfi.
era stato come se le parole uscitele di bocca - come se il processo di assoluzione le avesse succhiato via tutta la forza.
Uscendo dall'ascensore, la vista familiare della hall le è di conforto.
Appoggia un ginocchio ad un muretto vicino e mette la borsa sulla coscia, buttando la testa in avanti e aprendo la zip. E' meravigliata, e turbata dal fatto che quella piccola borsa potesse sempre farla innervosire. Impazientemente, infila dentro una mano e comincia a rovistare velocemente, sentendo il tintinnio delle chiavi. Ciocche di capelli scuri le cadono davanti gli occhi come una coperta, bloccandole la visuale. Con la mano libera, cerca di metterle dietro le orecchie bruscamente, e continua la sua ricerca agitata.
Portamonete, mentine, tamponi, fazzolettini, rossetto, fogli, bottiglietta d'acqua, spazzola.
Borbotta sottovoce e si prepara a rovesciare tutto fuori sulla panca vicina quando sente la voce di lui.
"Mai pensato che le tue chiavi possano essere nella tasca?".
Lentamente, alza la testa per vederlo in fondo alla hall, appoggiato alla porta.
Perché non l'aveva notato prima?
L'aveva vista. Di nuovo.
"Non ho mai capito le donne e le loro borse" le dice "Sicuramente non hai bisogno di tutte quelle cose che ci sono lì dentro per i tuoi 27 anni".
Stringe i denti e riguarda la borsa, aperta come un petto durante un trapianto di cuore. E miracolosamente, il cuore è lì davanti a lei - le chiavi sono riuscite ad arrivare in superficie, scintillanti.
Sospira sollevata. Tutto quello di cui ha bisogno è arrivare fino a lui, dirgli 'Fottiti', entrare a casa e chiudergli la porta in faccia.
E' sicura di dover mantenere dei passi fermi e decisi per arrivare a lui.
Quando sono quasi vicini, lui sorride leggermente - indistintamente.
Il modo in cui si appoggia alla porta di lei la irrita: forte, compiaciuto, arrogante, il bastone sulle braccia, come se fosse un portinaio.
Lei sospira pesantemente "Devi spostarti" gli dice "Non riesco ad aprire la porta se no".
Lui si sposta e la sorpassa, toccandole di proposito la spalla.
La chiave entra senza intoppi, girandosi e aprendo la porta. Tre mantate. Il palmo sulla porta mentre la apre. La mano trova l'interruttore sul muro.
"Non mi chiedi perché sono qui?" dice lui.
"Non mi importa" dice lei "Voglio solo che te ne vai".
Lui stringe gli occhi inquisitoriamente.
Lei scommette che sta per chiederle perché non sembri così emozionata dall'averlo trovato davanti la sua porta di sera tardi.
"Voglio parlare con te" le dice "Sarò veloce".
Lei si ferma per un momento, prima di annuire una volta, aprendo di più la porta e girandosi da lui, facendogli segno di seguirla per la stanza verso la cucina.
Lui entra lentamente, chiudendosi la porta alle spalle.
Sta vicino a lei mentre lei cerca qualcosa in frigo.
"Gatto nero, huh?" dice lui mentre l'animale le passa tra le gambe.
"Avrei immaginato che ti saresti buttata in qualcosa di bianco" aggiunge.
Non l'avrebbe freddato con uno sguardo impassibile. Lei semplicemente prese il cibo per il gatto, chiuse l'anta del frigo col fianco e spostandosi vicino il lavandino, come se lui non fosse nella stanza.
Sente la punta del bastone e le suole delle scarpe di lui sul pavimento mentre la segue e lei chiude gli occhi per un momento.
Vuole piangere. Vuole pregarlo di andarsene.
Apre la scatoletta. Un odore di pesce riempie la stanza e Gia alza lo sguardo su Cameron seguendola, miagolando impaziente.
"Mi stai evitando, vero?".
Il respiro caldo di lui sul suo orecchio.
Non si era resa conto che fosse così vicino.
Annaspa mentre le dita le si tagliano con la scatoletta. Fissa la mano, e dopo un secondo, il sangue le sgorga lentamente, prima di aumentare la velocità e di scenderle fino al polso. L'effetto è stranamente bello. Sangue rosso contro pelle bianca.
"Qui" dice, prendendo subito un fazzoletto, prendendole il polso e mettendoglielo sul dito.
"No!" esclama lei, riprendendosi subito sotto il suo tocco.
C'è un largo spazio ora tra di loro.
Fissa l'espressione di lui per un momento prima di spostare lo sguardo sul pavimento.
Abbattimento?
Sembra come se fosse stato ferito dalla sua reazione.
Aspetta che lui faccia un altro passo indietro prima di ritornare al lavandino. Non copre il taglio e il sangue continua ad uscire. Apre il lavandino per sciacquarsi.
"Devi fare più pressione" dice lui.
La voce è fredda ora.
Lei lo ignora.
"Stai sbagliando!" dice lui, mentre fa un passo veloce in avanti, chiudendo il rubinetto e prendendola per un polso.
Sono entrambi sorpresi dal suo improvviso scoppio d'ira.
Gli occhi di lui rimangono fissi su di lei per un momento, muovendosi rapidi sul suo viso come se leggesse delle parole su di una pagina.
Sposta lo sguardo mentre prende una pezza vicina - ponendogliela stretta sul dito.
Aspetta un momento, tenendole la mano, e lei gli permette di farlo.
Lui si sposta, mettendosi in un angolo, sul viso uno sguardo pensieroso.
Il bastone accanto a lui, unisce le mani e se li porta alla bocca. Gli occhi uguali a quando è a lavoro, quando diventa frustrato con sé stesso per non aver compreso il caso.
"Di cosa vuoi parlare?" dice lei dopo un bel po’.
Lui la guarda, portandosi un pollice al mento.
"Sei stata tutto il giorno in clinica questa settimana" dice.
Lei annuisce.
"Hai passato più ore in clinica che con...".
Prende tempo.
Si chiede se stesse per dire 'Con me'.
"...che in sala conferenze" dice "Con Foreman e Chase".
Lei annuisce di nuovo.
"Perché?" chiede.
Sospira e gli occhi si spostano sulla finestra. La notte nera, piena di stelle e luci della città.
"Mi stai evitando" dice.
Lei torna su di lui e confessa tutto annuendo.
"Perché?".
"Perché sono stanca di te" dice semplicemente.
"Perché?" si mette più dritto, imponendosi con tutta la sua stazza.
E' accanto a lei ora.
"Sai perché" dice.
"Dimmelo tu".
"Vuoi che ti dica cosa davvero provi per te?".
Lui annuisce.
"Penso che tu sia un medico brillante. Uno dei migliori. Sono grata per aver avuto l'opportunità di lavorare con te. Ma tu sei troppo".
"Non è quello che intendevo. Sai che non è quello che intendevo".
"E' la verità" dice "Ti ammiro e ti rispetto, anche se tu non rispetti me".
"Pensi che non ti rispetto?".
"Spesso ne dubito".
"Lo faccio" dice, avvicinandosi di più "Ti rispetto...molto".
Lei deglutisce a fatica. Può sentire la strana sensazione di freddezza dalla sua giacca di pelle mentre le tocca il braccio sul fianco.
"Ma non sto parlando di ammirazione e rispetto" dice "Non stiamo parlando di ammirazione e rispetto. I colleghi si ammirano e si rispettano".
"Noi siamo colleghi" dice lei.
"Avanti" dice, sorridendo leggermente "C'è qualcosa di nascosto qui, lasciamolo venire a galla, voglio che mi dici cosa pensi di me...esplicitamente".
"Mi piaci" dice "Te l'ho detto".
"Perché?".
Perché. Perché, perché, perché, perché, perché? La solita domanda.
"Ci siamo già passati" dice lei, roteando gli occhi.
"Perché?" dice più sicuro, ignorando il suo commento.
"Perché sei un buon medico e fondamentalmente, un brav'uomo. Non ha niente a che fare con la tua gamba, o al fatto che cammini con un bastone - o che ti sei attribuito l'etichetta di zoppo".
Lei non è sicura se sia possibile, ma lui si avvicina ancora di più. Lei continua a parlare a dispetto dell'imbarazzo.
"Questo non ti definisce" dice, puntando il suo bastone "Mi piaci tu, il vero te...non lo stereotipo, non la tua capacità di essere preoccupato per...".
Sembra come se tutto quello di cui lui avesse bisogno fosse una verifica, perché lei viene interrotta subito quando lui preme le sue labbra contro quelle di lei.
Lei chiudi i pugni sulla sua giacca mentre la mano libera di lui scivola tra i suoi capelli e la poggia sul retro del suo collo. Lei gli stringe la stoffa come se ci fosse attaccata per la vita. La tensione sugli avambracci e sulle mani è il solo segno di sforzo - il resto del corpo è abbandonato. La testa corre. Sente come se potrebbe cadere a terra come gelatina se lui si spostasse in quel momento.
E' sensuale, corporale - come sapeva sarebbe stato.
Quest'uomo è pericolosamente intossicante. Tutto quello che rimane di lei in quel momento è un debole gemito.
Lui morde leggermente le sue labbra prima di aprire la bocca contro la sua. Lei lo sente e apre la sua in risposta, permettendo alle loro lingue di incontrarsi.
Cerca di focalizzare quel momento, di ricordarsi tutte quelle sensazioni. Il leggero sapore della sua lingua, il sapore del dopobarba, il gusto di lui - qualcosa di dolce, forse è per i lecca-lecca che ha sempre in tasca.
Ecco. Questo è quello che ha sempre sognato - sia nei suoi sogni che di giorno. Questo è quello che ha sempre sperato, quello che ha sempre voluto.
Vuole che lui faccia l'amore con lei.
Ora.
Non c'è bisogno di andare a letto, o sul divano, o sul pavimento. Anche lì sul bancone.
Si sarebbe stesa sul marmo e lui sarebbe entrato in lei - finalmente.
Ma sa che non può accadere.
Sa che sarebbe un errore.
Sa che quel bacio è un errore.
Le labbra di lui si spostano dalle sue. La guarda - cogliendo la sua reazione.
Lei prende un profondo respiro e dice "Penso che dovresti andare".
La fissa come se stesse pensando a cosa dire. Deve aver deciso di non dire nulla, perché non ne dice, se ne va.
Continua...