Fanfiction Dr House MD&Co. - Unofficial Forum

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Unfair, By NaiveEve
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/12/2009, 20:38


Nome fanfiction: Unfair
Autore: NaiveEve
Genere: Drama/Angst
Rating: VM18
Pairing: House & Cameron
Stato: Completa
Piccola trama: Lei è innamorata, e non ci può fare nulla. E' ingiusto. Cameron decide che deve distanziarsi da House, ma lui ha cambiato idea su di lei? Si opporrà al suo distanziamento?



Capitolo 1

E' ingiusto.

Non l'ha chiesto.

E' accaduto.

Dopo tutto - non puoi scegliere di chi innamorarti.

E' una forza devastante. Senza tregua. Sempre in movimento.

Spesso lei vorrebbe essere insensibile - smetterla di provare emozioni, perchè spesso, è travolgente.

Non ha controllo. Sente di aver bisogno di recuperare, di riprendere in mano le redini - guidare la sua vita - ma non può.

Crocerossina.

Ecco come la definisce lui. Crocerossina. Lo dice col naso all'insù e un pizzico di disgusto in voce - come se fosse deplorevole. Come se lei fosse deplorevole - una creatura sfortunata e debole. Patetica.

Lui si comporta come se fosse allergico di lei. Come se la sua certezza morale, le sue opinioni, il suo contegno, il suo odore, la vista di lei - come se tutto di lei gli facesse tremare il corpo e irrigidirsi in una reazione violenta di repulsione.

Ecco come lo interpreta lei.

Questa interpretazione è adattiva, in un certo senso. La motiva - le da qualcosa su cui lavorare.

Ha anche considerato il fatto che potrebbe essere il suo metodo di negare - che potrebbe focalizzarsi su quello che non gli piace di lei per confortarsi - fingere che non la vuole.

Si guarda allo specchio mentre si veste per andare a lavoro. Braccia magre. Troppo magre, avrebbe detto sua madre. Aveva perso un paio di chili di recente. Un paio - è una sottovalutazione.

Una mise bianca su una pelle bianca.

Spesso i suoi occhi sono di uno scioccante blu cobalto. Spesso sono semplicemente grigi.

Oggi, sono semplicemente grigi.

Una semplice gonna grigia. Semplici occhi grigi.

Le era stato detto che era stupenda. Le era stato detto molte volte. Le era stato detto da suo marito, le era stato detto da sua madre, da suo padre, da sua sorella...da un rozzo manovale in strada.

Bel culo.

Le era stato detto dai suoi ex, amici maschi e femmine, un paio di uomini al bar.

Le era stato detto da lui.

Ti ho assunta perchè sei estremamente carina.

Era stato il massimo 'complimento non complimento' che aveva ricevuto da lui. Ovviamente, non era inteso come complimento. Era una mera osservazione. Aveva alzato di nuovo il naso. Sdegno.

Sei carina, ma non significa niente. Sei solo carina.

Pensa a lui troppo spesso.

E' disturbata dalle cose a cui pensa.

Cosa fa quando lui torna a casa da lavoro? Che cereali mangia a colazione? Mangia cereali? Dove porta a lavare i suoi vestiti?

Stupidi dettagli irrilevanti. Stupidi dettagli irrilevanti che lei vorrebbe sapere - perchè per conoscerli, dovrebbe stargli vicino. Dovrebbe essere intima.

Vorrebbe sapere la forma della sua cicatrice. Vorrebbe sapere la sensazione dei suoi peli sul petto. Vorrebbe sapere il suo sapore. Vorrebbe sapere come sarebbe lui che si spinge dentro di lei.

---

La guarda a lavoro. La guarda con i suoi occhi blu.

Lei fa finta di non notare. Tenta disperatamente di focalizzarsi sulla voce di Foreman mentre dice la sua opinione sull'ultimo caso.

Ma non riesce a concentrarsi. Sa dei suoi occhi su di sè - che pensano, che giudicano.

Spilucca la sua insalata. Cocomero, pomodoro, lattuga, melanzana, carciofo.

Niente formaggio, nè avocado - niente grassi.

Momenti dopo, la stanza è vuota. Foreman e Chase sono andati via con fogli e cartelle - pronti a fare i propri doveri. Non ha sentito quale sia il suo compito. Andrà da Chase a chiedergli. Si alza e raccoglie le sue cose.

"Cameron" il suo tono basso e burbero di voce la ferma.

Sono soli nella stanza.

Lei lo guarda. Abbastanza sicura, la sta fissando - bruciandole la pelle col suo sguardo penetrante.

"E' tutto questo che mangi a pranzo?" chiede, gli occhi sul contenitore che ha in mano.

'Cosa? Perchè me lo sta chiedendo?'.

Ci vuole un momento prima che risponda.

"Si".

"Perchè?".

"Ah, non ho tempo..." dice lei.

E' una bugia. Il fatto è che questo è tutto quello che si può permettere.

"Allora prenditi un pò di tempo" dice, alzandosi e dirigendosi alla porta dell'ufficio "Va in caffetteria e prenditi un hamburger. Non voglio che la mia immunologa perda tempo...".

"Starò bene" dice lei.

"Sono serio" dice lui, la voce cambiata.

Per un momento, individua qualcosa di genuino. Preoccupazione?

"Non ti preoccupare, ti coprirò io...Dirò a Chase e Foreman che avevi dei problemi di donne..." dice, ritornando al suo solito sarcasmo così di colpo che lei dubita che ci abbia visto qualcosa di dolce nella sua espressione.

Lui si gira ed entra in ufficio. Lei lo guarda sedersi e aprire un cassetto - prendendo il Gameboy.

Mentre lei si allontana in corridoio, soccombe alla sua solita routine. Analizza tutto dei suoi incontri con lui. Questa conversazione le girerà in testa per il resto della giornata.

Lei realizza che non ha sentito dove dirigersi, perchè non ha davvero un posto verso cui dirigersi.

Le ha dato una pausa. Ma perchè?


Continua...

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Capitolo 2

Non va in caffetteria durante la pausa come le aveva detto House. Invece, va nell'ufficio della Cuddy.

Ha preso la sua decisione. Cercherà di riprendere il controllo. Deve fare qualcosa di attivo.

"Mi stavo chiedendo se mi potresti dare qualche ora in più in clinica alla settimana" dice, seduta su di una sedia opposta a quella della Cuddy.

"Cosa?" chiede incredula la Cuddy.

"Voglio un pò più di varietà nella mia giornata, ecco tutto" risponde.

"Varietà? Nessuno chiede ore in clinica..." dice la Cuddy.

"Che succede?" aggiunge, usando il tono materno più caloroso che si può permettere.

"Voglio solo..." inizia Cameron.

"Vuoi un pò di tempo lontana da House?" chiede la Cuddy, alzando un sopracciglio.

Cameron annuisce esitante.

"Sapevo che ci dovesse essere un motivo per la tua richiesta...non c'è niente di peggio che le ore in clinica...a parte House".

Cameron si sforza di sorridere.

"Certo" dice la Cuddy, sorridendo "Tutti dovremmo prenderci del tempo lontani da House. Ti darò il resto della giornata, e potrai avere almeno 5 ore al giorno per il resto della settimana, se vuoi. Per me va bene, sai che la clinica è drasticamente a corto di personale".

"Grazie" dice Cameron, alzandosi.

---

Un giovane uomo è seduto sul tavolo d'esame in una stanza della clinica, tossendo incessantemente.

Cameron mette su lo stetoscopio e glielo poggia sul petto.

"Un respiro profondo..." dice "E ora espira".

"Ok" dice, togliendo lo stetoscopio e riposandolo nel suo abituale posto attorno al collo "Hai la bronchite. Ti farò una prescrizione di steroidi, per aiutarti ad aprire i bronchi. Sperando che così la tosse vada via presto".

La porta si apre di colpo.

"Che fai?" chiede House, mettendoglisi di fronte.

"Cosa sembra? Sono con un paziente" dice.

"Beh, quando hai finito con questo tizio, ci vediamo sopra" dice, girandosi.

"No" dice lei "Non ci vedremo".

Lui si gira di nuovo. Stringe gli occhi - scrutandola con la sua solita espressione curiosa.

Lei sposta lo sguardo - alla porta, al pavimento, al paziente - a qualsiasi cosa.

Lo riguarda alla fine, studiandogli il viso. Il naso lungo, le labbra piccole e il mento. I suoi occhi pensierosi e la barba grigia. I profondi solchi sulla fronte - più prominenti del solito quando si acciglia confuso. Pondera per poco il fatto che se vuoi bene ad una persona, i suoi difetti posso essere attraenti - perchè sono tratti idiosincratici che rendono diversa una persona e te la fanno riconoscere come quella che ami.

Non si è mai sentita così fortemente attratta ad un uomo in tutta la sua vita.

"Ho da fare in clinica per tutto il giorno" chiarisce.

"Parlerò con la Cuddy" dice lui.

"Non serve. L'ho già fatto io. Ha detto che la clinica è drasticamente a corto di personale".

Lui la fissa per un momento prima di andarsene, chiudendosi la porta alle spalle.

---

A casa, legge un libro sotto la piccola luce della lampada sul tavolino. Su cuscini colorati di giallo limone, i suoi occhi leggono la stessa frase per un bel pò di volte senza capirne il significato.

Esasperata, posa il libro in grembo e mette gli occhiali per leggere sul tavolo.

L'ha violata ancora. Pensieri di lui le si infiltrano nella mente - distogliendola dal godersi il suo 'Memorie di una Geisha'.

Sta pensando al tono della sua voce e alla sua espressione quando le ha fatto il commento sul cibo.

Sono serio.

Sta pensando che sembrava sinceramente preoccupato della sua salute.

Preoccuparsi.

Strano, questa è la parola che di solito lui usa per lei.

Lei sa che è capace di essere vulnerabile e dolce. Ha visto questi piccoli sprazzi in lui. Il fiore che le aveva dato al loro 'appuntamento'; la sua espressione il giorno che gli aveva fatto gli auguri di compleanno; il suo nervoso dimenarsi quando le aveva chiesto di andare a vedere i Monster Trucks Jam; il modo in cui non era riuscito a guardarla in faccia quando gli aveva dato la mano per dirgli addio, la notte delle sue dimissioni; il piccolo pezzetto di sè che aveva mostrato sulla sua infanzia, dopo che aveva incontrato i suoi in ufficio...

Erano momenti rari.

Realizza che quella dolcezza non è mai riservata a lei.

Immagina che Stacy, invece, abbia vissuto molti di questi momenti.

E' invidiosa di quella donna. E' ovvio il perchè lui ne sia stato attratto. E' sfacciata, sofisticata, audace.

Stacy Warner è l'opposto di Allison Cameron.

Quella donna aveva diviso il letto con lui - lei avrebbe diviso molto con lui. Avrebbe sentito il calore della sua presenza svegliandosi la mattina.

'Ti piace, vero?' le aveva chiesto quella donna, quasi simpateticamente.

Piace. Una dichiarazione. Amore.

Si, ecco, amore.

Perchè c'è l'impressione che l'amore sia classificato - che puoi solo amare qualcuno se lo conosci davvero e passi ogni secondo con lui?

Se solo fosse vero.

No, l'amore è un meccanismo più preciso, più contagioso. E' facile caderci dentro.

Lei non si era mai posta come volontaria. Non aveva mai alzato la mano e aveva detto 'Prendi me, voglio essere innamorata di quest'uomo...quest'uomo impossibile, irritante, intossicante'.

Vorrebbe dirlo a lui questo 'Non ho parte in ciò. Mi è semplicemente successo. Non voglio questo peso, quindi lascio perdere'.

Si toglie l'elastico dai capelli - liberandoli, permettendo alle ciocche di incorniciarle il viso. Trova le forcine e comincia a levarle ad una ad una prima di massaggiarsi il capo.

Il telefono squilla, facendole sfumare il piano di alzarsi e di andare a letto.

22:30. Chi chiama alle 22:30?

Rimane attonita per un momento, fin quando la sua mente le da una risposta.

Chi non considererebbe inappropiato chiamare a quest'ora?

Realisticamente ci sono varie soluzioni. Potrebbe essere una chiamata d'emergenza, i suoi genitori che hanno un fuso orario diverso...

Ma, in qualche modo, sa che è lui.

Prende la cornetta.

"Pronto?".

"La Cuddy mi ha detto che ti sei offerta per fare più ore in clinica" dice, senza alcuna introduzione formale "Hai mentito, perchè?".

"House, hai idea di che ore siano?" chiede lei, fingendo di essere annoiata.

E' leggermente annoiata, ma essenzialmente, è emozionata. E' la prima volta che la chiama a casa.

"Si, sono le 22:30. Perchè, hai dovuto fermare il film?" gioca lui.

"Carino" dice "E' tardi, vado a letto".

"Giusto" dice lui "Bella questa, usi la mia mancanza di relazioni sociali come scusa per evitare di rispondere alla domanda".

"Se la tua mancanza di buone maniere fosse una scusa per qualcosa, sarebbe una manna dal cielo, perchè di certo non scusa te..." risponde lei.

"Sai" dice, il suo tono profondo e in qualche modo elettrizzante "Questa cosa che stiamo facendo, questa ripartizione, questo avanti e indietro, è divertente...mi eccita molto, molto presto ti chiederò cosa indossi".

Lei arrossisce, e rimane in silenzio per un momento.

Quando realizza che lui ha a malapena notato la sua risposta, a questa frase lei risponde velocemente per riempire quel momento.

"Volevo solo essere d'aiuto" dice, rispondendo alla sua domanda di partenza.

"Giusto. Allora perchè non mi hai detto così quando ti ho trovato in clinica?".

"Perchè tu avresti discusso con me. Pensavo di darti una risposta che fosse almeno capace di suscitare una questione".

"Oh, molto da te".

"Ma, non l'ho fatto per evitare il disagio di una discussione"dice, chiarendo "Volevo solo che ti allontanassi".

"Oh" sembra genuinamente sorpreso "In questo caso, molto da me".

"Si" dice "Quindi ti ho detto che stavo semplicemente obbedendo agli ordini della Cuddy, e ha funzionato, mi hai lasciata sola".

Lui è in silenzio. Può sentire il suo respiro regolare. Sa che non crede a questa bugia. Questo la mette in difficoltà.

Se avesse detto la verità avrebbe detto: 'L'ho fatto perchè voglio una pausa da te. E' troppo. Non posso stare in una stanza con te perchè tu sei proprio di fronte a me, ma non posso toccarti. Non posso concentrarmi sul lavoro. Non posso concentrarmi su di me. Non so nemmeno cosa sia meglio per me. E' devastante'.

"E ora" aggiunge, slegando il filo del telefono e passandoselo per il dito indice "Cerco di pensare ad un altro modo per farti andare...".

"Potresti provare con la cosa dell'obbedire agli ordini della Cuddy di nuovo" dice "Dimmi che è nella tua stanza, ti sta dicendo di unirti a lei...".

"Buonanotte House".

Chiude la chiamata.

Nota che i muscoli del suo viso sono tirati in un sorriso.

Fa un grosso sforzo per riprendere la sua espressione iniziale, prima di dirigersi in camera.


Continua...

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Capitolo 3

Seduta in sala conferenze, la tazza di caffè tra le mani - aspettando che arrivasse ad una temperatura ottimale da bere, Cameron strizza gli occhi alla luce del sole che filtra dalle finestre.

"Oh, che bello che ti sei unita a noi Cameron" dice House sarcasticamente, mentre entra dalla stanza dietro di lei.

Lei si gira a guardarlo.

Gli occhi di lui fissi su di lei.

Si sposta sulla sedia, lui vede i suoi pantaloni grigi, la camicetta di cotone bianca e il gilet beige.

I capelli sono perfettamenti tenuti da una crocchia.

Semplice e leggero trucco. Un tocco di fard, mascare e rossetto - 'Accenni estivi' i ripostigli sono avvertiti. Indossa gli occhiali da lettura.

Lui immagazzina tutte queste informazioni in un millesimo di secondo.

Tiene gli occhi su di lei per un bel pò, fingendo incospicuità.

Ma lei lo nota.

Un'ispezione accurata, metodica e veloce.

Lo fa ogni giorno.

All'inizio, lei aveva pensato che fosse un'inclinazione della sua indole curiosa, ma dopo aveva capito che guardava minimamente Foreman e Chase quando arrivavano la mattina.

Lui non sembrava mostrare attenzione al loro vestiario, o ai loro capelli.

La sua realizzazione di questo rituale portò a farle passare più tempo di fronte allo specchio del bagno ogni mattina. Aveva cominciato a selezionare i vari abiti, lanciando un bel pò di capi sul letto, cercando di assemblare una nuova combinazione di camicetta e pantaloni, o camicetta e gonna per attirare la sua attenzione.

'Ridicolo' pensa 'Quanti anni ho? 15?'.

Lui è vestito come al solito. Jeans, camicia sbottonata, giacca grigia. Non è venuto in moto oggi. Lo sa, perchè quando porta la moto, arriva in maglietta, jeans e giacca di pelle, prima di cambiarsi con camicia e giacca.

Entra nel suo ufficio per posare lo zaino, prima di ritornare in sala conferenze per versarsi una tazza di caffè.

Lei minimamente fa caso a quando Foreman e Chase arrivano.

Nemmeno lui.

Mentre lei finge interesse per dei fogli sul tavolo, riesce a sentirlo che la fissa - accanto a lei, sorseggiando il suo caffè.

Forse è un pò troppo vicino.

Spesso lo fa.

Le fa correre il cuore e le fa alzare la temperatura.

Lo guarda a tratti.

Entrambi sembrano immaginare che non ci sia nessuno là dentro.

Il loro silenzio, il flirtare implicito viene interrotto dall'acuta etica lavorativa di Foreman, mentre comincia a scrivere sulla lavagna e impiantare una discussione sul caso.

Lei si morde un labbro, cercando di concentrarsi.

Coglie l'opportunità quando lui non ne è consapevole, e i suoi occhi ritornano su di lui.

La camicia è spiegazzata, come sempre.

Blu acceso. Lo stesso colore dei suoi occhi.

Niente maglietta sotto oggi. I primi bottoni sono aperti. Dopo un momento passato ad osservare la pelle delle clavicole, sposta lo sguardo.

Ma presto li riporta di nuovo su di lui.

Ricorda il giorno che l'aveva trovato, drogato, nello spogliatoio maschile.

Niente se non una tovaglia bianca sulla pelle bagnata, calda, nuda.

Sente le guance rosse mentre pensa a lui in un contesto differente. Non nello spogliatoio comune, ma nella privacy di casa sua - ancora bagnato, ancora coperto dalla tovaglia - ma completamente sobrio, e seduto sul letto di lei. Pensa al togliergli quella tovaglia. Pensa ad aprire le cosce attorno a lui e scivolare sul suo grembo - accogliendolo, prendendo tutto di lui - arcuando la schiena con lui che le bacia i seni.

Seduta in sala conferenze, voci di uomini attorno a lei sono indecifrabili. Sente un calore a livello del basso ventre. Il corpo le trema.

Non può sostenere lo stare in una stanza con lui perchè viene torturata così frequentemente da quelle così vivide fantasie, e, allo stesso tempo, non può sostenere l'essere separata da lui quando sa che c'è una possibilità per stargli accanto...anche se quell'opportunità implica una discussione sullo stato del sistema immunitario del paziente, e niente più.

Questo è perchè è simultaneamente elettrizzata e spaventata dall'immininente cambio in clinica.

Si dice che è per il suo bene.

---

Pomeriggio presto.

Parcheggia la sua Ford grigia nel parcheggio accanto al piccolo studio. Sembra parcheggiare sempre nello stesso posto ogni volta. Gli umani sono creature piene di abitudini. La receptionist le sorride e fa degli innoqui commenti sul tempo. Lei annuisce sorridendo, prendendo posto in una di quelle scomode sedie verdi. Quel colore sembra molto simile ad un catarro di un paziente che aveva avuto quella mattina. Senza un perchè, continua a conversare con la donna - contando le volte in cui la donna batte le unghia sulla tastiera - indicando che il loro scambio di superficialità è finito. Sfortunatamente la donna è esperta a parlare del più e del meno e Cameron deve sentire la storia dettagliata della visita della suocera, accompagnata dal suono delle unghia sul computer.

Una faccia familiare le spunta davanti al punto cruciale della storia. Non proprio cruciale, comunque. Qualcosa a che fare con Jell-O.

"Come è andata la settimana Allison?" chiede Jan, una volta entrati nel suo ufficio privato.

"Ok, credo" replica lei esitante.

Punta lo sguardo sul tavolino da caffè di fronte a sè. Una scatola di fazzolettini - solo in caso.

"Non sembri molto certa" dice Jan - indagando, offrendole un caldo e incoraggiante sorriso.

"Sempre al solito" aggiunge Cameron.

Jan annuisce "Come vanno le cose a lavoro?" chiede, accavallando le gambe, aprendo il blocchetto e la penna.

Questa domanda stimola sempre una risposta verbale.

"Ho chiesto un pò di tempo lontano dal mio capo..." dice lentamente Cameron "Ho chiesto delle ore in clinica. Il che significa meno ore con lui".

"Mmmhmmm" mormora Jan incoraggiandola, mentre simultaneamente scrive un paio di parole sulla carta.

"Sperando che le cose migliorino" aggiunge Cameron.

Jan le da un'occhiata da dietro gli occhiali "Puoi dirmi qualcosa sul tuo capo, Allison?" dice.

"Ok" si ferma "So che sembrerà stupido, ma devo essere onesta con te. Voglio dire, questo è il vero punto della terapia, no?".

Jan annuisce, sporgendosi, pronta per una rivelazione d'oro.


Continua...

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Capitolo 4 (parte 1°)

Entrando al designato punto d'incontro, il ristorante, con le sue nuove e chic decorazioni, ridicole luci rosa, e noioso muzak techno-jazz, cerca tra la folla una testa con capelli biondi.

Liz è seduta dietro un angolo della sala, accanto al bar. Dà un imbarazzato cenno con la mano appena vede Cameron.

Cameron sorride mentre si avvicina all'amica.

"Tesoro, sei stupenda" dice Liz, alzandosi, prendendo entrambe le braccia di Cameron e spingendola in un abbraccio con bacio sulla guancia.

"Anche tu" dice Cameron "Guardati!".

Liz è incita di 7 mesi. Sa che è un clichè, ma la sua amica sembra davvero sprizzare felicità da tutti i pori. Guance rosa, pelle fresca, occhi scintillanti.

Sebbene - sembri spesso così. Piena di vita. Sfacciata e vivace.

"Lo so" replica la donna, sorridendo "Posso diventare più grossa di così?".

Cameron si siede, facendo scivolare le gambe sotto il tavolino, e guardando l'amica fare la stessa cosa - piuttosto goffamente.

"Calcia da tutto il pomeriggio" dice Liz "E sono dovuta correre in bagno perchè si è seduta sulla vescica, ma oltre ciò, alla grande! Adoro essere incinta, è una scusa perfetta per ingrassare e mangiare tutto quello che vuoi!".

Cameron ride.

"No seriamente" dice Liz "Ho ordinato e mangiato due antipasti mentre ti aspettavo".

Alza il menù "Quindi" dice eccitata "Tu che prendi?".

Cameron sorride, posando una mano sul menù di Liz e abbassandolo gentilmente.

"Ci penseremo dopo" dice "Non ti vedo da una settimana, dimmi come vanno le cose".

Con Liz ci sono sempre storie drammatiche da raccontare. Cameron ascolta attenta, sorridendo e ridendo quando appropriato. Liz parla di sè così spesso che gli altri penserebbero che le sue storie siano auto-indulgenti. Non lo sono per niente. E' una donna molto intrattenitrice, e Cameron spesso si ritrova a tornare a casa con un sorriso dopo i loro incontri. Spesso il senso dell'umorismo di Liz le ricorda House.

Si era promessa che non ci avrebbe pensato quella sera.

Ma, sapeva che non sarebbe stata capace di mantenere tale promessa.

"Bene" dice Liz, concludendo la sua saga con un sospiro "Basta con me, parliamo di te?".

Cameron è dispiaciuta che sia il suo turno di parlare. La sua vita sembra così mondana rispetto alla sua. Non ha storie di mariti che corrono a prendere da mangiare a mogli incinte all'1 del mattino, suocere impiccione, o pazzi commessi dei negozi per bambini.

"Ha" sbuffa Cameron "Niente di importante".

"Certo" dice Liz, roteando gli occhi mentre versa un pò di Aioli sulle patatine del suo ristorante 'trendy'.

"Sono entrata in terapia" annuncia Cameron.

"Terapia?".

"Si, le cose sono strane a lavoro".

Tecnicamente, non è una bugia. E' solo parte di verità.

"Tesoro" dice Liz, sporgendo la mano libera dal cibo per toccare quella di Cameron "Sai che puoi parlare con me, vero? Quando vuoi".

"Si" replica Cameron "Lo so, è solo bello avere qualcuno che giudichi da imparziale".

Liz annuisce. Ha finito le patatine e ora guarda il piatto che Cameron ha messo di lato.

"I miei genitori mi hanno mandato in terapia dopo che mi hanno pescato a rubare in un negozietto quando avevo 15 anni" dice Liz.

Cameron ride - non proprio sorpresa.

"E' stato grandioso" continua "Non andavo a scuola - parlare dei tuoi sentimenti è una favolosa alternativa all'algebra. Lo finisci?" chiede, indicando l'insalata Thai di Cameron.

"No, ho mangiato a lavoro..." dice Cameron, dimenticando che quella era una bugia "...E non ho molta fame ora".

Liz non riconosce alcuna disonestà mentre ha già portato la forchetta alla bocca.


Continua...

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Capitolo 4 (2° parte)

Lunedì a lavoro.

Non ricorda bene cosa sia accaduto.

Ricorda che è andata a dare il tox-screen ad House del loro paziente.

Ricorda di averli visti in sala conferenze - Chase, Foreman, House e anche Wilson.

Ricorda di aver afferrato la sedia al tavolo.

Ricorda di aver visto dei puntini neri...tutto confuso e poi niente.

Ora, sente la sua voce - stranamente calma e sensibile.

"Hey".

Lei apre gli occhi e li punta sul corpo rivestito di tessuto giallo della poltrona. Si guarda il corpo - abbandanato inerte sulla sedia.

Si sta svegliando.

Si sta svegliando nell'ufficio di lui.

Le tendine sono tirate, quindi sono nascosti dalla gente fuori in corridoio. Le luci sono basse. Sono soli.

Si chiede cosa sia successo a Foreman, Chase e Wilson.

Gli aveva detto di andarsene.

E' seduto su di una sedia accanto alla scrivania. Non dietro - la sedia è di fronte la scrivania. E' abbastanza vicino. Non ci sono ostacoli tra loro - niente che li possa prevenire dallo sporgersi e toccarsi - creare un contatto.

La sta guardando.

Come al solito.

Il mento tra le mani - appoggiato sul manico del bastone - che sta proprio di fronte a lui.

"Sei svenuta" dice.

Lei si muove più dritta.

"Che hai mangiato a pranzo?" chiede.

Niente.

"Insalata" mente.

"No scuote la testa "Non penso proprio".

"Che c'è, sai ogni dettaglio delle mie giornate? Che ho mangiato allora?".

"Niente".

"Come lo sai?" chiede - l'espressione che la tradisce.

"Non hai mangiato niente mentre eri qui questa mattina. Le infermiere in clinica hanno detto che non hai mangiato nemmeno lì".

Lei scuote la testa "Sono stata occupata".

"E così non va" dice.

"Cosa?" chiede, fingendo di essere arrabbiata.

Non è concentrata su questa pretesa perchè la sua concentrazione è focalizzata sull'aberrante sensitività di lui, e quindi la sua voce è debole ed instabile, poco forte e diretta come voleva.

"E' una scusa che non sta in piedi" aggiunge.

Lei sospira - considera come gestire la situazione. Sposta le gambe di lato e poggia i piedi a terra.

"Hai avuto una giornata impegnativa" dice ipoteticamente "Una lunga lista di cose da fare...una di queste include il mangiare perchè sei umana, e se gli umani non mangiano...beh, hanno problemi a fare tutte le altre cose della lista. E...finiscono stesi incoscienti nell'ufficio del loro capo".

"Sto bene" dice, fingendo esasperazione, alzandosi e dirigendosi verso la porta.

"Cameron..." dice.

Per sua meraviglia, sente il calore della pelle di lui contro la sua - le sue dita sono attorno al suo polso. Lei si ferma - si gira lentamente e osserva l'immagine della mano di lui così vicina a quella sua.

Si aspetta che ora lui si ritiri.

Non lo fa.

Le sue lunghe dita avvolgono il suo delicato polso.

La pelle della sua mano - le sue ossa a contrasto con la sua fragilità - le piccole ossa di lei e la sua pelle chiara.

Contatto.

Dopo un momento, lui dice "Che ti sta succedendo?".

"Niente" insiste lei, spostando lo sguardo verso il pavimento.

E il contrasto è rotto - la mano di lei cade di lato, battendo gentilmente contro la coscia.

Si fa largo tra le tendine ed esce.


Continua...

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[Scena Hot]


Capitolo 5

L'aveva toccata.

Aveva tenuto il polso di lei tra le mani.

Era stato con lei.

Lei riuscì a sentire quella sensazione per ore.

Potè sentire qualcosa là dove la mano di lui era stata. Un leggero calore - dal calore del corpo di lui, ma anche un leggero freddo per qualche ragione. La sudorazione della sua mano?

Era come se avesse lasciato un marchio invisibile sulla sua pelle, come se qualche reazione chimica usata per le scene del crimine avrebbe potuto rivelare la mano di lui sulla sua pelle.

Aveva pensato a quel momento mentre si dirigeva in corridoio dopo essere uscita dall'ufficio di lui. Ci aveva pensato mentre entrava in ascensore e tornava in clinica. Ci aveva pensato mentre prendeva una provetta di sangue ad un paziente. Ci aveva pensato mentre stava firmando in clinica, mentre sbloccava la portiera della macchina, mentre accendeva la macchina, mentre guardava la posta, mentre preparava la cena, mentre guardva 'Desperate Housewives'.

Ci pensa tutt'ora, mentre è stesa sul divano nel suo silenzioso appartamento. La televisione è spenta, ma ancora calda per il recente utilizzo. Si sporge all'indietro per spegnere la lampada e la stanza cade nell'oscurità. I suoi occhi si aggiustano alla penombra, il buio evolve al blu e riesce a vedere i vari mobili che ci sono. Sospira e chiude gli occhi. E dopo vede loro - lei e lui, nel suo ufficio.

Lo vede tenerle il polso e ammonirla nel suo solito modo.

Lo vede prenderla per il braccio e spingerla sul suo grembo.

Lo vede toccarle la pelle, su per la coscia e 'Oh Dio' sbottonarsi i pantaloni.

Ora, sola in casa sua, si tocca, come fa spesso, al pensiero della sua erezione. Sta tremando, ed è così bagnata - per lui.

Si vede in ginocchio, a prenderlo in bocca e lui le afferra le braccia e geme sonoramente. La guarda - tutto il tempo, la guarda nel modo che fa sempre, mentre il suo sesso trema nella sua bocca.

Ora, lei pensa a questo con delle dita dentro di sè. Lo fa a nome di lui. E viene.

E' dispiaciuta subito dopo. Ha pietà di sè stessa.

Ma non sa che lui pensa a lei nello stesso modo, con una mano fermamente attorno al suo sesso mentre si muove, e sente la stessa pietà e disappunto mentre guarda il suo seme venir fuori - mixato al sapone e all'acqua.

---

E' in ritardo al suo appuntamento. L'ha fatto deliberatamente così da non dover conversare con la receptionist.

Nell'ufficio, guarda la stessa scatola di fazzolettini sul tavolino.

Una scatola blu scura con un solo fazolettino che si offre al primo bisognoso.

"Allison" dice Jan "La scorsa settimana hai detto che provi qualcosa verso il tuo capo. Hai detto che spesso ti senti frustrata per la sua presenza...arrabbiata, irritata. Hai detto che spesso senti come se non ti rispetta. Hai detto anche che spesso sei arrabbiata con te stessa perchè a dispetto del modo in cui ti tratta, hai ancora sentimenti verso di lui".

Cameron annuisce, muovendosi sulla sedia - accavallando e distendendo le gambe. E' questa la parte difficile. Ammettere la 'Rabbia verso sè stessi'. Non ha molti problemi ad ammettere il suo amore per House. L'ha già fatto prima d'ora - infatti, è sicura che lui ne sia ben consapevole. Tutti lo sanno. La Cuddy, Foreman, Chase. Sebbene, pensano che sia solo una sbandata - non hanno idea della profondità dei suoi sentimenti. No, la parte difficile non è ammettere l'amore.

"Potresti dirmi qualcosa in più..." dice Jan, gentilmente.

Cameron sospira.

"Dire che provo significativi sentimenti è un'affermazione" dice Cameron "Io lo amo".

Jan comincia a scrivere velocemente.

"Ma non c'è alcuna rilevanza in sè" aggiunge Cameron guardando il tetto "Tutti lo sanno...".

Jan la guarda.

"Sono più preoccupata a quello che ho fatto a me stessa dopo...".

"Cosa, Allison?" dice Jan così piano che è quasi udibile.

"Non ho mangiato come avrei dovuto. Infatti, ho appena spiluccato qualcosa".

"Perchè?".

Cameron sente il labbro inferiore tremare. Si prende un momento per rispondere.

"Perchè mi sento come se non ho controllo sulla mia vita - su me, sui miei sentimenti. So che suona stupido, ma è un modo per prendere il controllo - diminuire quello che mangio, e...".

Singhiozza, cercando di ricomporsi.

"E' ok, prenditi tutto il tempo Allison".

"Questa è la parte più difficile..." dice.

Jan aspetta pazientemente.

"Penso che sia a causa sua..." dice Cameron "Perchè mi ricordo sempre che non vuole me...che non sono abbastanza...e penso in qualche strano modo che il tutto si traduca al fatto che non sono abbastanza attraente...".

Jan annuisce, come se fosse d'accordo.

"So che ha scoperto quelli che sono i miei difetti fondamentali nella personalità" aggiunge "Ma non posso cambiarli. Non posso cambiare chi sono. Ma il mio aspetto sì, è una parte di me che posso cambiare...".

Cameron prende un profondo respiro prima di continuare.

"Odio il fatto che faccio questo a me stessa perchè so che è stupido, è ridicolo...Ma non riesco a fermarmi! Odio me stessa per fare questa cosa, per lasciargli fare questa cosa...".

Non guarda Jan ora, fissa la scatola di fazzolettini.

"Penso di dover passare avanti e allontanarmi da lui" dice.

Le lacrime cominciano a scenderle dagli occhi liberamente. Non riesce a trattenerle un momento di più.

Jan le porge la scatola di fazzolettini.

Quindi, finalmente servono a qualcosa.


Continua...

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Capitolo 6

E' esausta.

Confessare tutto a Jan è stato rilassante, ma anche un'esperienza tremenda.

Naturalmente è emozionalmente esausta. E anche fisicamente.

Le bruciano i muscoli, la testa le pulsa, le ossa fanno male e gli occhi sono pesanti e gonfi.

era stato come se le parole uscitele di bocca - come se il processo di assoluzione le avesse succhiato via tutta la forza.

Uscendo dall'ascensore, la vista familiare della hall le è di conforto.

Appoggia un ginocchio ad un muretto vicino e mette la borsa sulla coscia, buttando la testa in avanti e aprendo la zip. E' meravigliata, e turbata dal fatto che quella piccola borsa potesse sempre farla innervosire. Impazientemente, infila dentro una mano e comincia a rovistare velocemente, sentendo il tintinnio delle chiavi. Ciocche di capelli scuri le cadono davanti gli occhi come una coperta, bloccandole la visuale. Con la mano libera, cerca di metterle dietro le orecchie bruscamente, e continua la sua ricerca agitata.

Portamonete, mentine, tamponi, fazzolettini, rossetto, fogli, bottiglietta d'acqua, spazzola.

Borbotta sottovoce e si prepara a rovesciare tutto fuori sulla panca vicina quando sente la voce di lui.

"Mai pensato che le tue chiavi possano essere nella tasca?".

Lentamente, alza la testa per vederlo in fondo alla hall, appoggiato alla porta.

Perché non l'aveva notato prima?

L'aveva vista. Di nuovo.

"Non ho mai capito le donne e le loro borse" le dice "Sicuramente non hai bisogno di tutte quelle cose che ci sono lì dentro per i tuoi 27 anni".

Stringe i denti e riguarda la borsa, aperta come un petto durante un trapianto di cuore. E miracolosamente, il cuore è lì davanti a lei - le chiavi sono riuscite ad arrivare in superficie, scintillanti.

Sospira sollevata. Tutto quello di cui ha bisogno è arrivare fino a lui, dirgli 'Fottiti', entrare a casa e chiudergli la porta in faccia.

E' sicura di dover mantenere dei passi fermi e decisi per arrivare a lui.

Quando sono quasi vicini, lui sorride leggermente - indistintamente.

Il modo in cui si appoggia alla porta di lei la irrita: forte, compiaciuto, arrogante, il bastone sulle braccia, come se fosse un portinaio.

Lei sospira pesantemente "Devi spostarti" gli dice "Non riesco ad aprire la porta se no".

Lui si sposta e la sorpassa, toccandole di proposito la spalla.

La chiave entra senza intoppi, girandosi e aprendo la porta. Tre mantate. Il palmo sulla porta mentre la apre. La mano trova l'interruttore sul muro.

"Non mi chiedi perché sono qui?" dice lui.

"Non mi importa" dice lei "Voglio solo che te ne vai".

Lui stringe gli occhi inquisitoriamente.

Lei scommette che sta per chiederle perché non sembri così emozionata dall'averlo trovato davanti la sua porta di sera tardi.

"Voglio parlare con te" le dice "Sarò veloce".

Lei si ferma per un momento, prima di annuire una volta, aprendo di più la porta e girandosi da lui, facendogli segno di seguirla per la stanza verso la cucina.

Lui entra lentamente, chiudendosi la porta alle spalle.

Sta vicino a lei mentre lei cerca qualcosa in frigo.

"Gatto nero, huh?" dice lui mentre l'animale le passa tra le gambe.

"Avrei immaginato che ti saresti buttata in qualcosa di bianco" aggiunge.

Non l'avrebbe freddato con uno sguardo impassibile. Lei semplicemente prese il cibo per il gatto, chiuse l'anta del frigo col fianco e spostandosi vicino il lavandino, come se lui non fosse nella stanza.

Sente la punta del bastone e le suole delle scarpe di lui sul pavimento mentre la segue e lei chiude gli occhi per un momento.

Vuole piangere. Vuole pregarlo di andarsene.

Apre la scatoletta. Un odore di pesce riempie la stanza e Gia alza lo sguardo su Cameron seguendola, miagolando impaziente.

"Mi stai evitando, vero?".

Il respiro caldo di lui sul suo orecchio.

Non si era resa conto che fosse così vicino.

Annaspa mentre le dita le si tagliano con la scatoletta. Fissa la mano, e dopo un secondo, il sangue le sgorga lentamente, prima di aumentare la velocità e di scenderle fino al polso. L'effetto è stranamente bello. Sangue rosso contro pelle bianca.

"Qui" dice, prendendo subito un fazzoletto, prendendole il polso e mettendoglielo sul dito.

"No!" esclama lei, riprendendosi subito sotto il suo tocco.

C'è un largo spazio ora tra di loro.

Fissa l'espressione di lui per un momento prima di spostare lo sguardo sul pavimento.

Abbattimento?

Sembra come se fosse stato ferito dalla sua reazione.

Aspetta che lui faccia un altro passo indietro prima di ritornare al lavandino. Non copre il taglio e il sangue continua ad uscire. Apre il lavandino per sciacquarsi.

"Devi fare più pressione" dice lui.

La voce è fredda ora.

Lei lo ignora.

"Stai sbagliando!" dice lui, mentre fa un passo veloce in avanti, chiudendo il rubinetto e prendendola per un polso.

Sono entrambi sorpresi dal suo improvviso scoppio d'ira.

Gli occhi di lui rimangono fissi su di lei per un momento, muovendosi rapidi sul suo viso come se leggesse delle parole su di una pagina.

Sposta lo sguardo mentre prende una pezza vicina - ponendogliela stretta sul dito.

Aspetta un momento, tenendole la mano, e lei gli permette di farlo.

Lui si sposta, mettendosi in un angolo, sul viso uno sguardo pensieroso.

Il bastone accanto a lui, unisce le mani e se li porta alla bocca. Gli occhi uguali a quando è a lavoro, quando diventa frustrato con sé stesso per non aver compreso il caso.

"Di cosa vuoi parlare?" dice lei dopo un bel po’.

Lui la guarda, portandosi un pollice al mento.

"Sei stata tutto il giorno in clinica questa settimana" dice.

Lei annuisce.

"Hai passato più ore in clinica che con...".

Prende tempo.

Si chiede se stesse per dire 'Con me'.

"...che in sala conferenze" dice "Con Foreman e Chase".

Lei annuisce di nuovo.

"Perché?" chiede.

Sospira e gli occhi si spostano sulla finestra. La notte nera, piena di stelle e luci della città.

"Mi stai evitando" dice.

Lei torna su di lui e confessa tutto annuendo.

"Perché?".

"Perché sono stanca di te" dice semplicemente.

"Perché?" si mette più dritto, imponendosi con tutta la sua stazza.

E' accanto a lei ora.

"Sai perché" dice.

"Dimmelo tu".

"Vuoi che ti dica cosa davvero provi per te?".

Lui annuisce.

"Penso che tu sia un medico brillante. Uno dei migliori. Sono grata per aver avuto l'opportunità di lavorare con te. Ma tu sei troppo".

"Non è quello che intendevo. Sai che non è quello che intendevo".

"E' la verità" dice "Ti ammiro e ti rispetto, anche se tu non rispetti me".

"Pensi che non ti rispetto?".

"Spesso ne dubito".

"Lo faccio" dice, avvicinandosi di più "Ti rispetto...molto".

Lei deglutisce a fatica. Può sentire la strana sensazione di freddezza dalla sua giacca di pelle mentre le tocca il braccio sul fianco.

"Ma non sto parlando di ammirazione e rispetto" dice "Non stiamo parlando di ammirazione e rispetto. I colleghi si ammirano e si rispettano".

"Noi siamo colleghi" dice lei.

"Avanti" dice, sorridendo leggermente "C'è qualcosa di nascosto qui, lasciamolo venire a galla, voglio che mi dici cosa pensi di me...esplicitamente".

"Mi piaci" dice "Te l'ho detto".

"Perché?".

Perché. Perché, perché, perché, perché, perché? La solita domanda.

"Ci siamo già passati" dice lei, roteando gli occhi.

"Perché?" dice più sicuro, ignorando il suo commento.

"Perché sei un buon medico e fondamentalmente, un brav'uomo. Non ha niente a che fare con la tua gamba, o al fatto che cammini con un bastone - o che ti sei attribuito l'etichetta di zoppo".

Lei non è sicura se sia possibile, ma lui si avvicina ancora di più. Lei continua a parlare a dispetto dell'imbarazzo.

"Questo non ti definisce" dice, puntando il suo bastone "Mi piaci tu, il vero te...non lo stereotipo, non la tua capacità di essere preoccupato per...".

Sembra come se tutto quello di cui lui avesse bisogno fosse una verifica, perché lei viene interrotta subito quando lui preme le sue labbra contro quelle di lei.

Lei chiudi i pugni sulla sua giacca mentre la mano libera di lui scivola tra i suoi capelli e la poggia sul retro del suo collo. Lei gli stringe la stoffa come se ci fosse attaccata per la vita. La tensione sugli avambracci e sulle mani è il solo segno di sforzo - il resto del corpo è abbandonato. La testa corre. Sente come se potrebbe cadere a terra come gelatina se lui si spostasse in quel momento.

E' sensuale, corporale - come sapeva sarebbe stato.

Quest'uomo è pericolosamente intossicante. Tutto quello che rimane di lei in quel momento è un debole gemito.

Lui morde leggermente le sue labbra prima di aprire la bocca contro la sua. Lei lo sente e apre la sua in risposta, permettendo alle loro lingue di incontrarsi.

Cerca di focalizzare quel momento, di ricordarsi tutte quelle sensazioni. Il leggero sapore della sua lingua, il sapore del dopobarba, il gusto di lui - qualcosa di dolce, forse è per i lecca-lecca che ha sempre in tasca.

Ecco. Questo è quello che ha sempre sognato - sia nei suoi sogni che di giorno. Questo è quello che ha sempre sperato, quello che ha sempre voluto.

Vuole che lui faccia l'amore con lei.

Ora.

Non c'è bisogno di andare a letto, o sul divano, o sul pavimento. Anche lì sul bancone.

Si sarebbe stesa sul marmo e lui sarebbe entrato in lei - finalmente.

Ma sa che non può accadere.

Sa che sarebbe un errore.

Sa che quel bacio è un errore.

Le labbra di lui si spostano dalle sue. La guarda - cogliendo la sua reazione.

Lei prende un profondo respiro e dice "Penso che dovresti andare".

La fissa come se stesse pensando a cosa dire. Deve aver deciso di non dire nulla, perché non ne dice, se ne va.


Continua...

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'giorno!=)


Capitolo 7

Ha pianto.

Quando se n'è andato, ha pianto tutta la notte.

E' corsa in stanza, si è stesa, e ha bagnato il letto con le lacrime.

Dopo, solo alle prime ore del mattino, si è addormentata.

Un sonno leggero, tormentato, insoddisfacente - ancora con su i jeans e la camicetta del giorno prima.

Li sentiva minimamente. Sentiva minimamente il tessuto dei jeans che le avvolgeva le cosce, sentiva minimamente l'elastico del tanga sotto i pantaloni o le bretelle del reggiseno.

Non si era nemmeno preoccupata di mettersi sotto le coperte. Si era stesa sul materasso, rannicchiata e con gli arti stretti al corpo mentre piangeva.

Ha pianto per lui.

E nel suo sogno lo chiamava, lo chiamava per un contatto fisico forte e puro. Lo sfregamento scivoloso, umido ed eccitante del sesso. Nel suo sogno, non importava quanto duramente sprofondasse in lei, non era mai abbastanza.

Si sveglia quasi ogni minuto. Quando si sveglia definitivamente, sono le 5:00, sta tremando in ansia, e piena di eccitazione.

Nella doccia, pensa di forzare le sue dita ad entrare in sè per cercare sollievo alla tensione, ma sa che non troverà alcunchè così; rimarrà solo debole - di più.

E' affranta - questo amore l'ha lasciata affranta. L'amore è piacevole - la vita è la gioia più grande, ma sente come se la sua vita sia solo il più grande peso da portare.

Un'esperienza pesante, sconvolgente, devastante.

Non si è mai sentita così, neanche quando teneva la mano di suo marito e sentiva il suo diritto d'amore verso di lui confiscato, mentre moriva in sua presenza.

Si, aveva amato Jason, ma era sopravvissuta a quell'amore. Era ancora intatta.

Ama House - ma questo amore è troppo grande.

Questo amore è superlativo.

La sta mandando a pezzi.

Sta cambiando ogni fibra del suo essere.

Le è stata presentata una possibilità. Poteva averlo, se avesse voluto.

E lo vuole...

Volere, bisogno, sogno, desiderio, voglia.

Ma sa che quello che vuole, e quello che è buono per lei, sono due cose completamente diverse.

---

Chiede un'appuntamento con la Cuddy. Il primo appuntamento della mattina.

La receptionist la introduce in ufficio e le dice di 'Prendere posto'.

Dopo 5 minuti arriva la Cuddy, guardando Cameron mentre si leva la sciarpa dal collo e mette il cappotto sull'appendino.

"Cameron, che succede?" chiede la Cuddy, la preoccupazione evidente in voce mentre si mette dietro la scrivania, si siede e osserva la magra donna con i capelli spettinati, i vestiti spiegazzati e le borse nere sotto agli occhi.

"Esiste un modo per lavorare in questo ospedale, senza dover lavorare sotto House?" chiede Cameron.

"Che è successo?" chiede la Cuddy, esasperata.

"...Posso avere un altro posto?" aggiunge Cameron, ignorando la domanda di Cuddy.

Gli occhi della Cuddy si puntano sulla figura dinanzi a sè. Il ginocchio sinistro di Cameron si muove nervosamente mentre batte il tacco sul pavimento. La giovane donna sta giocherellando con un foglio di carta in mano, fissandolo come se fosse una sorta di oracolo. Si rifiuta di guardare la Cuddy.

"Cameron" dice gentilmente la Cuddy, sporgendosi per toccarle una mano, creando un contatto visivo "Puoi dirmi cosa succede. House ha...ti ha fatto qualcosa?".

Lisa Cuddy è orgogliosa di sè per la sua intuizione nel capire le persone. Sa che House è difficile. E' un medico difficile, medico difficile e difficile in generale. E' un bullo a volte. Può essere insensibile, indifferente, anche crudele. Ha visto il suo lato aggressivo - il suo lato violento. Sa che è capace di brutalità se viene provocato, ma non ha mai considerato che questa violenza potesse mai permeare ad altre circostanze. In quel momento, guardando Cameron in quello stato, Lisa Cuddy sta considerando se House possa essere stato capace di qualche violenza su di lei - e questo pensiero la disturba, ma è suo compito considerare tutte le possibilità, non importa quanto improbabili siano, deve proteggere i suoi impiegati.

Cameron alza subito gli occhi capendo il significato della domanda di Cuddy. Si sente improvvisamente ridicola - come se si stesse comportando troppo eccessivamente.

"No!" esclama.

Nota come le spalle della Cuddy si rilassino e si muove leggermente sulla sedia, visibilmente sollevata.

"E' solo...ho lavorato per lui per più di due anni ormai, sono stanca" mente "Voglio qualcosa di diverso. Voglio solo sapere: posso lavorare in un'area diversa in ospedale, o dovrò trovarmi un altro lavoro?".

La Cuddy sospira, sentendo di non poter carpire altro così.

"Abbiamo bisogno di personale in clinica" dice.

Cameron annuisce.

"Ma qualsiasi medico può farlo, Cameron. Abbiamo già degli interni che ci lavorano. Tu hai talento, dovresti lavorare in Diagnostica - in qualche posto dove puoi esercitare il tuo genio - in qualche posto dove il tuo talento può essere usato totalmente".

"Posso provarci?" dice "Vediamo se mi piace. Un paio di settimane. Un mese?".

"D'accordo" dice Cuddy "E' una decisione tua, ma dovrai dare ad House una fomale lettera di dimissioni, e non so come lo convincerai a lasciarti andare".

---

"Ho bisogno di parlarti" gli dice quando lo trova solo in ufficio.

"Ho bisogno che fai quei test del sangue per quella donna" dice senza girarsi a guardarla, rovistando nella libreria.

"Tieni" dice.

Lui si gira e prende la lettera da lei.

La apre e prende i fogli all'interno.

"Non sono i test del sangue" dice "Cos'è?".

"E' la mia lettera di dimissioni" dice fredda.

Lui gliela ridà subito e si gira di nuovo verso la libreria.

"Seriamente" dice lui "I test del sangue. Controllale i globuli".

Sente il rumore della busta battuta sulla scrivania, facendo volare alcuni fogli.

Lui si gira per vedere il suo camice sparire dalla porta a vetro.

---

La trova in clinica.

Si sta dirigendo in una stanza con un paziente.

Va avanti, mettendosi tra lei e l'anziano signore, prendendole un gomito, portandola nella stanza e chiudendosi la porta alle spalle.

"House!" esclama.

"Non te ne vai" dice.

"Ci siamo baciati. E' tutto diverso ora!".

"Lo so" dice calmo.

"Lavoro in clinica dalla prossima settimana".

"Non essere stupida".

"Non essere testardo" ritorce contro "Stai perdendo il tuo tempo. Non mi convincerai. Non c'è niente che tu possa dire che mi farà rimanere con te. Non posso lavorare per te un altro singolo giorno".

Gli occhi di lui si spostano dal suo viso mentre analizza questa informazione. Decide di non commentarla. Ci sono cose più pressanti al momento.

"Perchè mi hai detto di andarmene ieri sera?" chiede.

"Perchè non volevo che succedesse nulla" dice calma.

"Non ci credo".

Lei sposta lo sguardo. Lui le scuote un braccio, facendole di nuovo tornare gli occhi su di sè.

"Non ci credo che tu non volessi che succedesse nulla". dice.

"Niente può succedere" dice.

"Volevo rimanere" dice "Volevo baciarti di nuovo. Io voglio baciarti di nuovo".

"No lo fare" dice fermamente "Non dirlo".

La mano di lui si stringe sul suo braccio - il pollice si stringe sul bicipite di lei. Lo sguardo è implacabile. Non tornerà indietro.

"Non farne una questione" dice lei, sforzandosi di guardarlo per comunicargli la sua decisione "Non voglio che tu mi venga contro. Non voglio vederti. Non chiamarmi. Non venire a casa mia. Per favore, accetta le mie dimissioni e lasciami sola".

Usa la mano libera per spostargli la mano dal braccio. Lui guarda come lo tocchi così facilmente. Si sporge dietro di lui e apre la porta, velocemente per quanto lui non si sia mosso. La porta è socchiusa - abbastanza per le infermiere al bancone da osservare qualsiasi attività, e sentire qualsiasi parola detta nella stanza. Lei è sicura che abbiano sentito gran parte della conversazione.

Dopo uno sguardo prolungato, lui si gira ed esce.


Continia...

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